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Amore più debole del commercio PDF Stampa E-mail
Scritto da Francis J. Beckwith   
Sabato 28 Giugno 2014 00:00
 

Fino a davvero poco tempo fa il matrimonio è stato universalmente pensato come una cosa con tre caratteristiche essenziali: stato coniugale, stabilità, esclusività. Questo si è più o meno riflettuto nelle nostre leggi. Lo stato coniugale si riferisce al modo con cui un matrimonio è consumato: il coito tra gli sposi, maschio e femmina. La stabilità significa che il matrimonio non può essere sciolto (o dichiarato nullo) a meno che non siano soddisfatte certe specifiche condizioni o uno dei due muoia. L’esclusività si riferisce alla relazione sessuale e significa che nessuna delle due parti nel matrimonio è libera di impegnarsi in intimità extra-coniugali. Persino le unioni poligamiche possono soddisfare questi criteri, dal momento che il marito è sposato con ciascuna moglie, mentre le donne non sono sposate tra di loro e pertanto non hanno “mogli”. Per questa ragione, al momento della morte del marito, ciascuno dei matrimoni in un raggruppamento poligamico si dissolve immediatamente. Lo stato coniugale è solo una condizione in ragione della natura del rapporto sessuale: è ordinato per portare all’esistenza la prole derivante dall’unione delle due parti. Questo è il motivo per cui le strette di mano, gli abbracci, i baci, o altre forme di contatto, penetrazione, o intimità corporali non possono mai rientrare negli atti coniugali.

Ma questo è anche il motivo per cui è sbagliato dire che quest’ultimi sono indistinguibili dagli atti coniugali che non possono generare la prole a causa della malattia o dell’età. Poiché tali atti coniugali, benché sterili, non cessano di essere atti coniugali, così come un uomo in coma non cessa di essere un animale razionale per il solo fatto di non potere esercitare la sua natura razionale. Proprio come l’uomo in coma continua ad avere la dignità umana anche se non è capace d’esercitare le sue uniche facoltà umane, l’atto coniugale tra un marito ed una moglie incapace di concepire possiede una dignità non minore esattamente perché attua la stessa profonda, misteriosa unione che per natura è ordinata a condurre all’esistenza di una persona unica ed insostituibile che letteralmente incarna quella unione.

È evidente che tutto questo, stato coniugale, permanenza, esclusività non è più scontato, sembra del tutto incomprensibile alla maggior parte dei cittadini moralmente formati in una cultura successiva al 1960.

Col varo delle leggi sul divorzio senza addebito cominciate all’inizio degli anni ’70 la stabilità ha cominciato a svanire. L’esclusività è seguita di lì a poco. La rivoluzione sessuale ha portato con sé non solo il disfacimento dei costumi contro la fornicazione, ma anche i concetti di scambio, di “matrimonio” aperto e persino di poliamore. E così le violazioni dell’esclusività, lentamente, hanno cominciato ad essere intese come non intrinsecamente sbagliate, ma piuttosto sbagliate nella misura in cui i coniugi non si concedono il loro reciproco consenso.

Pertanto, non in modo inatteso è arrivata la proliferazione delle nascite fuori del matrimonio, delle ragazze madri, con bambini nati da una una varietà di amanti maschi o femmine, famiglie sfasciate e famiglie mescolate.


La domanda di Gesù dai Farisei di J.J. Tissot (1890)

Di conseguenza del matrimonio non è rimasto niente di peculiare. Ogni relazione del tessuto familiare in via di principio può essere recisa, riattaccata, o rimossa fintanto che tutti gli adulti lo consentono.

Tuttavia quelli senza capacità decisionale (ad esempio i bambini) possono essere eliminati (con l’aborto, se non addirittura dopo la nascita) oppure, insieme ad una qualsiasi banale proprietà, possono essere distribuiti “equitativamente” tra le parti interessate mediante procedimenti giudiziari da parte dello Stato, fermamente impegnato a fare rispettare i contorni relativi alla coppia di questa nuova istituzione che è chiamata “matrimonio”.

Data questa traiettoria, perché dovrebbe rimanere lo stato coniugale? Questo è precisamente ciò che implica la retorica pubblica dei sostenitori del riconoscimento legale delle unioni dello stesso sesso. Per molti nostri concittadini tutto questo è perfettamente logico, alla luce dalla loro esperienza personale costituita dall’essere cresciuti in una cultura in cui è stato loro insegnato che il “matrimonio”è virtualmente un artefatto plasmato dalle nostre volontà disincarnate piuttosto che un’istituzione sacra che non abbiamo inventato e sotto la quale le nostre volontà incarnate sono vincolate, quando vi entriamo.

Ma questo ci conduce ad una delle grandi ironie del nostro tempo. Recentemente ad un fornaio in Colorado è stato detto dallo Stato che non si può rifiutare di preparare e decorare un dolce nuziale per una coppia dello stesso sesso che si è “sposata” in Massachussets, ma che aveva progettato un ricevimento in Colorado, dove attualmente tali unioni non sono legalmente riconosciute. Il fornaio ha rifiutato perché in coscienza non poteva prestare assistenza materiale diretta ad un evento liturgico che le proprie convinzioni teologiche affermano essere gravemente immorale.

Strano a dirsi, con la scomparsa delle condizioni di esclusività e permanenza e ora dello stato coniugale, questa sentenza significa che ciascun partner in un matrimonio legalmente riconosciuto (o in una unione civile) ha letteralmente un’obbligazione legale verso l’altro inferiore rispetto a quella del fornaio verso la coppia.
A quanto pare lo Stato ritiene che preservare il rapporto tra il fornaio e la coppia dello stesso sesso abbia un’importanza molto maggiore per la causa della giustizia pubblica che fare lo stesso per le relazioni che afferma di difendere.

Detto in altri termini: è più difficile per un fornaio in Colorado lasciare dei clienti di quanto sia lasciarsi in Massachussetts per i partners di una coppia “sposata”.

Traduzione di Renzo Puccetti
 
Francis J. Beckwithè Professore di Filosofia e Studi delle Relazioni tra Stato e Chiesaalla Baylor University dove egli inoltre ricopre il ruolo di Direttore Associato del corso di laurea in Filosofia e Co-direttore del corso di Filosofia delle Religioni.

La rubrica è apparsa per la prima volta sul sito The Catholic Thing (www.thecatholicthing.org).
 
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